Il referendum è passato, nobile l'intento, maldestra la prova. Va da sé che come sempre tutto è politicizzato, ossia che la kermesse elettorale si è risolta nel solito becero finale tra le parti in gioco fatto di accuse e rimproveri reciproci, di colpe ed errori attribuiti all'altro contendente, di rinfacci e schiaffi senza posa. E gli italiani stanno a guardare, tanto per parafrasare il titolo di uno sceneggiato di qualche decennio fa. Stanno a guardare perché alle urne si è recato soltanto il 30,5% circa degli aventi diritto e ne discende che ci siano andati per una gran parte gli elettori convinti del SI che, infatti, pare abbia raggiunto la quota di circa 14 milioni di consensi. Nel 2022 l'attuale maggioranza raccolse circa 12.074.039 di voti e con questi governa di tre anni. Mettiamola così, dato che ci sentiamo più che ottimisti: siamo adesso davanti ad una dote, se vogliamo possiamo definirla un nutrito gruzzolo da preservare e, grazie ai buoni auspici di un profeta non ancora giunto su questo pianeta, potrebbe trattarsi per tale profeta di un trampolino per tuffarsi in acque agitate, certo, ma nuotando a bracciate decise costui o costei forse raggiungerebbe una spiaggia mai praticata prima, denotando perlomeno l'abbrivio spontaneo di chi approfitta di un vento in poppa insperato. Insomma, per farla breve, questi 14 milioni di voti esistono ed è un fatto e non si possono trascurare, se pensiamo che rappresentano inequivocabilmente la volontà di un popolo progressista confuso, ma vivaddio sicuramente progressista. Ed il profeta, qualora scendesse su questo pianeta, non potrebbe far finta di vederlo essendo già bell'e pronto da coltivare. E qui, la sinistra che ancora non c'è non deve sminuirsi, tutto sta nel capire come cementare tale consenso, come infagottarlo per bene. Forse sarebbe più preciso dire: come intercettarlo.
Bisogna riflettere in particolare sul consenso ricevuto dai NO nel quesito sulla cittadinanza: all'incirca il 34,51% dei cosiddetti progressisti, circa 4.754.505 elettori che si sono mostrati sfavorevoli alla riduzione dei termini di concessione della cittadinanza. Non sono pochi. Tale risultato ha un significato politico enorme, inutile stare a girarci intorno. Potremmo ragionare se, nell'area progressista, ci sia un'aliquota attratta in qualche maniera dalle sirene del centrodestra. Potremmo ragionare anche sul fatto che presumibilmente si tratta di una porzione di elettorato dei Cinque Stelle, retriva e tentennante in ordine a politiche migratorie più aperte. In una lettera al Corriere della Sera del 2024 Conte polemizzava contro l'eccessiva lunghezza del periodo necessario a richiedere la cittadinanza, ma qualche tempo dopo emergeva il vecchio trasversalismo grillino, quando sempre Conte affermava che il Movimento Cinque Stelle avrebbe dovuto attingere nell'area "non uniformemente progressista", seppure senza allontanarsene troppo, ma rivendicando a voce alta la sua autonomia dal PD. Non si dimentichi che il concetto di autonomia è stato poi inserito nello statuto del movimento, formalizzando una volta per tutte una posizione già caratterizzante di per sé. Infine va detto che nella scelta del NO sul quesito della cittadinanza ha inciso anche una sorta di fatale disallineamento tra una parte di elettori del PD ed i suoi dirigenti. Il succo della questione è che questo referendum ha rafforzato l'azione di governo ed indebolito quella dell'opposizione, al contrario di quello che accadde in occasione di quelli costituzionali del 2016 nell'era di Renzi, quando il Premier dette le dimissioni. Forse la Schlein, Landini e gli altri promotori dovrebbero dare le proprie? Naturalmente no, ma probabilmente dovrebbero rimodulare qualcosa nella politica di contrasto ad un governo di destra che, sebbene a suon di decreti di urgenza, naviga a vele non gonfie, ma spiegate senza dubbio. Nel frattempo, rimaniamo in attesa di un profeta che atterri su questo pianeta e che ci venga a dire e fare cose semplicemente di sinistra.
