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08 giugno 2025

Il Tempo di Elliot - Epistola n. 6

Elliot in taffettà, uomo scalzo senza testa
Uomo scalzo senza testa / ChatGPT
Il tempo scorre e probabilmente noi ci spostiamo con lui, forse invece rimaniamo fermi e ci lasciamo trasportare. Quel che è certo è che niente rimane immobile nel punto in cui si trova: il dilemma è se il tempo si sposti autonomamente oppure venga indotto da un'altra forza a farlo. Ecco, così mi sento in questo periodo; sempre in movimento e quel che è peggio è che non so dove andare perché c'è troppa confusione. Mi compiaccio esclusivamente del presente, mi lamento del passato e diffido del futuro.. Quasi un fallimento direi, eppure non posso dire di essere infelice. Ritrovarsi dopo essersi smarriti, dopo essersi cercati, ciò implica necessariamente un certo senso di orientamento. Io e te, per esempio, ci siamo persi e ritrovati, non è vero Elliot? Sicuramente non so dove tu sia andato a finire ed impiego parte del mio tempo a cercare di scoprire il posto dove ti sei rifugiato. Eppure, mi pare che tu non te sia andato mai, ti percepisco sempre nei paraggi e so che per me ci sarai.

Qualche tempo fa ti ho scritto di una pandemia, successivamente di una guerra in Europa; e sono certo del tuo stupore davanti a queste notizie. Avevi lasciato un mondo sereno, beh si tutto sommato è vero. Decenni di piccole scaramucce, tragedie circoscritte, irrilevanti soprattutto per noi europei che le guardavamo da lontano, se vogliamo anche con un certo pietismo. Casa nostra invece rimaneva pulita, niente schiamazzi, solo tanto parlarsi addosso e qualcuno che giocava alla rivoluzione, ma niente guerre.

Guernica - dipinto del 1937 di Pablo Picasso
Guernica - dipinto del 1937 di Pablo Picasso

Poi ho iniziato a raccontarti degli eventi in Europa e tutto è cambiato, un fulmineo  ritorno al passato. Perché adesso invece devo dirti di un'altra guerra, sempre verso oriente. Ti vedo mentre ti siedi da qualche parte, forse un masso di pietra bianca come quelli che si trovano selvaggi tra gli ulivi e le verdi carici nell'assolata campagna dove siamo cresciuti insieme. Indossi il tuo taffettà verde coloniale e non porti calzature, hai sempre amato camminare scalzo. Lo so che sei arrabbiato, non tolleri gli sprechi, la mancanza di comunicazione, detesti ogni tipo di conflittualità ma non per questo sei arrendevole. Allora soffri, perché conosci la soluzione mentre gli altri non la considerano. Ogni dissidio, ogni conflitto per te è già superfluo, poiché tu partiresti sempre da un punto d'incontro. Ma lo vedi soltanto tu. Ricordi quante volte litigavamo per questo? Io polemico amante dei contrasti e tu pacifico tessitore di compromessi. Credo che sarebbe dura per te assistere a tutto lo scempio in cui sta adesso precipitando il mondo. E ciò mi rattrista mio amico caro, perché so che tutto ciò ti allontanerà da me ancora di più. Questo non è il tuo tempo, lo so; costringerti qui adesso significherebbe usarti una violenza immane, ma credimi, anch'io sono torturato dalla tua assenza. 
Il rebus da risolvere è proprio qui: avvicinarsi ed allontanarsi l'uno dall'altro tentando di esistere nel medesimo momento.

10 aprile 2015

Ce lo chiede l'Europa



La Corte Europea dei Diritti Umani di Strasburgo ha condannato l'Italia per non aver promulgato mai una legge sulla tortura, attribuendo a ciò l'impunità assicurata agli autori dell'assalto effettuato all'interno della scuola Diaz di Genova nel 2001. Ricordiamo che il reato di tortura è previsto da una serie di atti internazionali: la Convenzione di Ginevra del 1949 relativa al trattamento dei prigionieri di guerra, la Convenzione europea dei diritti dell'uomo del 1950; la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo del 1948, la Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea del 2000, la Convenzione Onu del 1984 contro la tortura ed altri trattamenti e pene crudeli, inumane e degradanti, lo Statuto di Roma istitutivo della Corte penale internazionale del 1998. Il nostro ritardo è inversamente proporzionale al grado di urgenza e di necessità di un simile provvedimento alla luce dei fatti di Genova. 
Dal 2001 in poi le nostre Forze dell'Ordine hanno sicuramente imboccato la via della rivalutazione critica di quanto era successo, studiando ed applicando nuove regole d'ingaggio nei servizi di ordine pubblico, sostenendo l'utilità di nuove tecniche di mediazione dei conflitti sociali nell'ambito della piazza. Ma soprattutto è stato intrapreso un inusuale processo di introspezione all'interno della struttura gerarchica del Ministero dell'Interno per cercare di comprendere dove si sbagliò e perché si arrivò ad eccessi di quel genere. Ciò detto, le immagini della scuola Diaz non le vorremmo rivedere più, quella sorta di "macelleria messicana" degna di un golpe in un paese del Centr'America ci ha fatto vergognare dinanzi al mondo. Quelle divise e quelle mimetiche che tanto avevano dato in termini di sacrificio in difesa dello Stato negli anni immediatamente precedenti, a Genova ricadevano di colpo nel baratro dello scelbismo anni cinquanta, colorandosi del nero funesto dell'orda del ventennio. Di colpo, si proprio così; senza alcun motivo apparente a voler giustificare una simile inaspettata involuzione; per di più dopo due decenni di profonda democratizzazione e demilitarizzazione della Polizia di Stato, che era divenuta felicemente e finalmente una nuova e moderna struttura civile al passo dei tempi ed in linea con i corrispettivi esistenti nei più progrediti paesi del mondo occidentale.
Quindi perché? Nove anni dopo "Tangentopoli" e dopo le grandi stragi di mafia evidentemente l'Italia era un paese ancora in guerra con se stesso, un paese da pacificare, una comunità da costruire. Il resto lo fece la politica dissennata di scontro perenne tra un centro destra affarista e clientelare ed un centro sinistra imbelle e litigioso. Genova venne così scelta dall'alto come teatro di una tragedia da rappresentare in nome della voluttà di qualche nostalgico della strategia della tensione; c'era bisogno del morto ed il morto ci fu; c'era bisogno di una polizia torturatrice e fascista ed il piatto servito fu assolutamente perfetto. Salvo legittimamente ricomparire quella stessa polizia,  a breve distanza dai fatti di quei giorni, come solido baluardo della democrazia, tornando a rioccupare il posto che le era stato tolto all'improvviso giusto in quei pochi giorni di sospensione dei diritti e delle garanzie civili. Come se in quei due o tre giorni di follia la storia fosse rimasta imprigionata in qualche bolla spazio-temporale. Una commedia perfetta, dove Godot non arriva mai semplicemente perché nessuno lo vuole o lo ha mai visto e conosciuto; una sorta di prova generale, una delle tante inscenate in questo paese immaturo da sempre.
Adesso ci si meraviglia se l'Europa inizia a presentarci il conto da pagare per i nostri italici vizi di superficialità e di becero fatalismo. Se tortura ci fu, allora era sacrosanto che venisse trattata in quanto tale, ma in un paese "non normale" come il nostro, dove tutto si strumentalizza per scopi di claque corporativa, anche la semplice previsione di una fattispecie penale diviene motivo ulteriore di divisione. Come sempre abbiamo bisogno di un amministratore di sostegno, a volte per giustificare finanziarie capestro, a volte per diventare un paese più civile. Ce lo chiede l'Europa.