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12 giugno 2025

Referendum: nobile l’intento, maldestra la prova

Il referendum è passato, nobile l'intento, maldestra la prova. Va da sé che come sempre tutto è politicizzato, ossia che la kermesse elettorale si è risolta nel solito becero finale tra le parti in gioco fatto di accuse e rimproveri reciproci, di colpe ed errori attribuiti all'altro contendente, di rinfacci e schiaffi senza posa. E gli italiani stanno a guardare, tanto per parafrasare il titolo di uno sceneggiato di qualche decennio fa. Stanno a guardare perché alle urne si è recato soltanto il 30,5% circa degli aventi diritto e ne discende che ci siano andati per una gran parte gli elettori convinti del SI che, infatti, pare abbia raggiunto la quota di circa 14 milioni di consensi. Nel 2022 l'attuale maggioranza raccolse circa 12.074.039 di voti e con questi governa di tre anni. Mettiamola così, dato che ci sentiamo più che ottimisti: siamo adesso davanti ad una dote, se vogliamo possiamo definirla un nutrito gruzzolo da preservare e, grazie ai buoni auspici di un profeta non ancora giunto su questo pianeta, potrebbe trattarsi per tale profeta di un trampolino per tuffarsi in acque agitate, certo, ma nuotando a bracciate decise costui o costei forse raggiungerebbe una spiaggia mai praticata prima, denotando perlomeno l'abbrivio spontaneo di chi approfitta di un vento in poppa insperato. Insomma, per farla breve, questi 14 milioni di voti esistono ed è un fatto e non si possono trascurare, se pensiamo che rappresentano inequivocabilmente la volontà di un popolo progressista confuso, ma vivaddio sicuramente progressista. Ed il profeta, qualora scendesse su questo pianeta, non potrebbe far finta di vederlo essendo già bell'e pronto da coltivare. E qui, la sinistra che ancora non c'è non deve sminuirsi, tutto sta nel capire come cementare tale consenso, come infagottarlo per bene. Forse sarebbe più preciso dire: come intercettarlo.

Bisogna riflettere in particolare sul consenso ricevuto dai NO nel quesito sulla cittadinanza: all'incirca il 34,51% dei cosiddetti progressisti, circa 4.754.505 elettori che si sono mostrati sfavorevoli alla riduzione dei termini di concessione della cittadinanza. Non sono pochi. Tale risultato ha un significato politico enorme, inutile stare a girarci intorno. Potremmo ragionare se, nell'area progressista, ci sia un'aliquota attratta in qualche maniera dalle sirene del centrodestra.  Potremmo ragionare anche sul fatto che presumibilmente si tratta di una porzione di elettorato dei Cinque Stelle, retriva e tentennante in ordine a politiche migratorie più aperte. In una lettera al Corriere della Sera del 2024 Conte polemizzava contro l'eccessiva lunghezza del periodo necessario a richiedere la cittadinanza, ma qualche tempo dopo emergeva il vecchio trasversalismo grillino, quando sempre Conte affermava che il Movimento Cinque Stelle avrebbe dovuto attingere nell'area "non uniformemente progressista", seppure senza allontanarsene troppo, ma rivendicando a voce alta la sua autonomia dal PD. Non si dimentichi che il concetto di autonomia è stato poi inserito nello statuto del movimento, formalizzando una volta per tutte una posizione già caratterizzante di per sé. Infine va detto che nella scelta del NO sul quesito della cittadinanza ha inciso anche una sorta di fatale disallineamento tra una parte di elettori del PD ed i suoi dirigenti. Il succo della questione è che questo referendum ha rafforzato l'azione di governo ed indebolito quella dell'opposizione, al contrario di quello che accadde in occasione di quelli costituzionali del 2016 nell'era di Renzi, quando il Premier dette le dimissioni.  Forse la Schlein, Landini e gli altri promotori dovrebbero dare le proprie? Naturalmente no, ma probabilmente dovrebbero rimodulare qualcosa nella politica di contrasto ad un governo di destra che, sebbene a suon di decreti di urgenza, naviga a vele non gonfie, ma spiegate senza dubbio. Nel frattempo, rimaniamo in attesa di un profeta che atterri su questo pianeta e che ci venga a dire e fare cose semplicemente di sinistra.

03 giugno 2018

Osservazioni sul nuovo governo.

La Chimera era un mostro mitologico con un corpo di leone e due teste; la prima di leone, la seconda di capra, alla fine una coda di serpente. La sua essenza stava nella duplicità ontologica, da una parte la leonina e imponente magnificenza del predominio e della vita, dall'altra la tempesta; il serpente a simboleggiare la terra e l'oscurità, la capra il passaggio dalla vita alla morte, la transizione.
www.queryonline.it/2015/04/27...
E' quantomeno singolare come il mito possa aderire in taluni casi alla realtà. Il nuovo governo è come la Chimera, due teste e due personalità in opposizione fra di loro e sulla coda il veleno. A parte il gioco metaforico, questa compagine in altri tempi l'avremmo definita un "bicolore", come quelli del passato, da De Gasperi del 1951 fino a passare per Moro nel 1974 ed in ultimo Fanfani nel 1987, quando il fulcro dei giochi era sempre rappresentato dalla vecchia DC. Piacesse o meno, non si sfuggiva, lo storico partito cattolico era la certezza del sistema: esisteva e non si poteva prescindere perché quel carrozzone garantiva la continuità e rassicurava l'anima moderata dell'italiano medio desideroso di equilibrio. Il Governo appena nato non è invece un bicolore in senso classico, perchè non c'è tra le due componenti un traino imprescindibile e soprattutto perchè non si può individuare, a parte il ragionamento strettamente numerico, chi fra i due sia l'asse portante. Entrambi ambiscono ad essere carnefice dell'altro, ma nessuno dei due vuole esser vittima. In poche parole non c'è una squadra, ma due governi che fingono di giocare all stesso tavolo. E' il governo dove chi deve stare all'opposizione viene quotidianamente aggiornato sull'attuazione del programma di governo come se ne facesse parte, e poi lancia strali ed accuse di contraddittorietà e di populismo; oppure subito dopo dichiara:" O noi o loro...ci opporremo al pauperismo ed al giustizialismo,...no alla fiducia...."; è il governo in cui il partito di maggioranza relativa ospita nei suoi raduni gli stand per i diritti dei gay, mentre un ministro leghista afferma che le famiglie gay non esistono per la legge italiana. Infine è il governo dove Giorgia Meloni dice che Fratelli d'Italia ci sarà (n.d.r. dove?), ma si si asterrà sulla fiducia. Insomma un bicolore di separati in casa con un massiccio e velato, ma non tanto,  appoggio esterno intriso di opportunismo e di convenienza. E la sinistra che fa? Sarebbe meglio chiedersi: la sinistra dov'è?  Anche se pensiamo che il caos appena sommariamente descritto possa sortire un effetto insperato, quello di far dire alla sinistra qualcosa che sia un tantino di sinistra.

03 marzo 2013

Un governo del Presidente

Siamo alle solite. Gli acrobati non sono più bulgari, ma italiani; gli artifici verbali fatti di piroette triple e quadruple su maggioranze e su governi nascituri riempiono le pagine dei giornali, oltreché dei serbatoi di pensiero e di analisi. Ma insomma, cos'è un "governo di minoranza"? Non altro che il governo degli sconfitti, quello che tecnicamente dovrebbe essere più solido proprio perchè perdente in partenza. Perdonate anche noi per questa colpevole acrobazia, ma ammettete pure che una compagine del genere venga partorita; ma allora, che abbiamo votato a fare? Lo sforzo elettorale, ché di "sforzo" vero e proprio si è trattato, soprattutto da un  punto di vista intellettuale, andrebbe letteralmente alle ortiche. La Prima Repubblica (a proposito, questa è la seconda, oppure la terza, o cos'altro?) è vissuta durante cinquant'anni di circhi della politica: appoggi esterni, governi monocolore con astensione dei falsi oppositori, compromessi storici, pentapartiti del malaffare, governi laici con la DC come garante, governi spacciati come "di centro sinistra", centristi e basta, governi con compiacenza comunista. E la lista potrebbe continuare a lungo. Non parliamo delle durate, addirittura il governo Fanfani del 1987 durò undici giorni, neanche il tempo di svuotare i cassetti dei precedenti ministri. Adesso vogliamo ricominciare daccapo con gli arzigogolamenti dei soloni mediocratici, utili solamente a riempire di contenuti privi di contenuti gli studi televisivi, con dibattiti fuffosi e pericolosamente fini a se stessi? Grillo questo l'ha capito e, uno come lui che la tv la conosce abbastanza bene, se ne sta alla larga per adesso. Salvo poi, perchè sarà così, apparire improvvisamente alla Celentano, come un profeta, e riempirli con monologhi lunghissimi, in attesa di atterrare sulla terra come un angelo venuto dal cielo. Una sorta di apparizione folgorante, un "annuntio vobis gaudium magnum", o magari una serie di pillole da somministrare gradatamente agli italiani ammalati, dei "clippini" stile Vasco Rossi. 
La minoranza, secondo noi, non è fatta per governare, ma per stare all'opposizione e non veniteci a dire che il momento è particolare e che esige intese atipiche. La minoranza è tale proprio perchè rappresenta meno persone. Il fatto è che dalle urne un responso, seppure opinabile e labile, è fuoriuscito ed è quello che ha sancito, in funzione di una legge elettorale, questa si, antidemocratica, la vittoria numerica della coalizione di centrosinistra e l'avanzata, anzi la nascita prorompente del Movimento Cinque Stelle; e non dimentichiamo, ovviamente, la non vittoria numerica di Mister B. che fa da contraltare ad un suo eccezionale ed innegabile recupero. Dunque, una maggioranza c'è, deve soltanto essere aggregata in un senso o nell'altro e Napolitano non può permettersi di non accorgersene. Il Presidente deve prescindere da tutti i calcoli partigiani di convenienza politica, prendendo atto che i numeri vorranno pur dire qualcosa. Proprio un Governo del Presidente potrebbe essere la soluzione a questo impasse pericoloso, dove la forza politica ad uno schieramento che si basi sulla condivisione di determinati e fondamentali punti di accordo, venga conferita proprio dal Colle. E' già successo in passato e non sarebbe certo una novità; Grillo non aspetta altro che poter entrare in un governo del genere, ciò che gli permetterebbe di apparire ragionevole senza contaminarsi con accordi sottobanco, mettendosi sotto l'ala protettiva del Quirinale. Se Napolitano chiama, allora Grillo risponde, è certo; pensate alle prove tecniche di avvicinamento tra i due dei giorni scorsi.  In questo momento è l'unico modo per non tornare a votare nel giro di mesi, di settimane addirittura. Questa sarebbe una nefasta evenienza e scardinerebbe quel briciolo di fiducia nello istituzioni che ancora è rimasta nelle coscienze degli elettori più pazienti.

Approfondimenti: Excursus sui governi della Repubblica

05 marzo 2012

Rossella Urru ed i due marò detenuti in India. Un commento.

Non dovremmo più sorprenderci quando ci accorgiamo che la politica italiana, tanto confusa e disarticolata all'interno del paese, offre un'immagine sbiadita di debolezza anche all'estero. Il caso di Rossella Urru, o anche quello dei marò in custodia cautelare in India sono il chiaro paradigma della incapacità diplomatica dell'Italia, priva in questo frangente di un preciso senso di stare nella comunità internazionale. E' ancora vivo il ricordo di quello che accadde il 3 febbraio 1998 nella Val di Fiemme, quando un aereo statunitense in fase di scellerato addestramento tranciò le funi del tronco inferiore della funivia del Cermis, causando la morte di venti innocenti. Il governo americano strappò d'autorità i suoi soldati alla giurisdizione italiana e si appropriò del diritto di giudicarli (male) secondo le proprie leggi. Nulla riuscìrono a fare le nostre autorità; eppure il territorio era il nostro ed i morti anche.
Ci piacerebbe che il caso di Rossella Urru e quello dei marinai catturati in India venisse gestito senza sottintesi, convocando subito ad esempio l'ambasciatore indiano alla Farnesina o mostrandosi incisivi con comunicati chiari e volitivi a proposito della nostra cooperante internazionale. Ad oggi la Urru, in particolare, non si sa ancora bene dove sia, probabilmente siamo in una fase in cui la trattativa per la sua liberazione rischia facilmente di fallire e di provocare la vendita e la conseguente cessione dell'ostaggio ad un'altra banda armata; ma allora perchè è stato inviato un emissario politico come la Boniver che non ha evidentemente interlocutori in questo momento, ed invece non si lascia che la questione venga gestita dai nostri servizi, meglio inseriti nei giochi sotterranei della suburbia islamica di quei territori. Non vorremmo che si rischiasse la vita della giovane donna a causa di una frase mal detta, oppure che la presenza di un emissario del governo possa sollecitare ed alimentare richieste di tipo economico che non potrebbero essere mai soddisfatte.
Per quanto riguarda la questione dei marò arrestati, sbagliato usare altri termini perchè è di questo che si tratta, noi abbiamo il serio timore che nel Kerala si stia giocando una partita (politica) che esula dalle reali responsabilità penali dei nostri due connazionali, e siamo convinti che lo stillicidio di notizie che filtrano e giungono in Italia basterebbe da solo a scuotere le coscienze critiche degli addetti ai lavori instradandoli verso un atteggiamento più perentorio di deciso risentimento politico verso il governo indiano a causa di un'azione condotta senza prove apparenti contro militari italiani, in servizio su una nave italiana in acque internazionali. 
[Proprio in questi minuti giunge finalmente di una protesta ufficiale del governo italiano contro il governo indiano.] 
Anche le lumache hanno un cuore.


14 febbraio 2012

No alla candidatura di Roma alle Olimpiadi del 2020

Foto LAPRESSE
Il Governo ha deciso di non presentare la candidatura alle Olimpiadi del 2020. I cordoni della borsa rimangono stretti anche per ciò che riguarda lo sport. Per Monti è una questione di responsabilità, non si può mettere a rischio ulteriore la tenuta delle tasche degli italiani. 
Adesso parlino i tromboni e soffino forte nel vento delle polemiche, ci aspettiamo di sentire le critiche più o meno corporative di chi avrebbe sfruttato una simile opportunità e quelle di chi si appella al più ferreo rigore economico. 
Intanto Atene brucia.